DIVAGAZIONI SUL TEMA DELL’ONORE
di Federico Lunardi
Sono molti gli studi che correlano la cavalleria con la nobiltà di censo, che indagano sul cammino storico che vide l’integrazione dei miles con i nobiles. Di come, cioè, tra il decimo e il quindicesimo secolo questi uomini votati al servizio di Dio nel combattimento si integrarono con la nobiltà e, successivamente, come la nobiltà vedeva nella cavalleria il luogo ideale ove far crescere i propri figli cadetti.
In una società, è bene ricordarlo, che era strutturata idealmente in tre categorie (oratores, laboratores e bellatores) in riferimento a una dimensione comunitaria che integrava e non che divideva. Una dimensione umana nella quale ognuno partecipava del fatto sociale per ciò che dava agli altri o col sudore nei campi e nelle botteghe artigianali, o per l’incensante preghiera offerta a Dio notte e giorno nei conventi o per il sudore e il sangue versato in battaglia.
Parliamo di un tempo pervaso da profonda spiritualità religiosa, da intensa speculazione filosofica, da ineguagliabile produzione artistica e urbanistica: Sant’Anselmo e San Tommaso, gli Scolastici, Dante e Chauser, qualsiasi borgo e città toscano e umbro. Momento storico, tra l’altro, fecondo in diverse parti del mondo con espressioni di pensiero come quelle di Maimonide e Avicebron in quello ebreo e Avicenna e Averroé in quello islamico.
Ma oltre alla nobiltà di censo, in questo momento storico, abbiamo anche e soprattutto la nobiltà d’animo. Si può essere cavaliere senza essere stati generati da nobili lombi ma non si può esserlo senza avere un animo nobile. La cavalleria prima che una “casta” di guerrieri è una dimensione dello spirito ove il coraggio, la dedizione, il servizio, la fede in Dio diventa vita vissuta.
Infatti anche i nobili di nascita possono essere investiti cavaliere solo dopo che hanno già dimostrato il proprio coraggio e la propria onestà in combattimento. L’accesso alla cavalleria avviene necessariamente tramite il “già fatto” e non per rendite di posizioni; non si diventa cavalieri per possedere valori e virtù ma si diventa cavalieri perché già in possesso di virtù e valori.
La simbologia, il cerimoniale, il vestiario fanno riferimento al mondo immateriale e danno la forza, a chi vi partecipa, per agire nel più crudele e totalizzante dei mondi materiali: la guerra. E’ proprio la lotta interna del cavaliere che lo porta a sconfiggere i propri avversari (la paura, l’inedia, la vigliaccheria) che armano il suo braccio e la sua mente, che sono spinta e sprone nel duello, che sono spada, lancia e scudo contro il nemico.
Un cerimoniale semplice ma significativo nel contempo tanto da segnare profondamente anche quello della chiesa: il pregare a mani giunte nasce proprio dall’atto con il quale colui che riceve l’investitura dopo la veglia d’armi viene elevato a cavaliere. In ginocchio di fronte all’altare riceve il mantello e la spada e poi le sue mani giunte vengono strette dalle mani di chi lo investe e lo “chiama” cavaliere (“Surge eques”).
Un nemico, dicevamo, che è tale perché si contrappone alla societas o per efferatezze materiali o per scelleratezza spirituale, o perché agisce contro la donna, il bambino, l’indifeso che di questa società partecipa o perché, peggio, offende Dio che di questa società è artefice e custode.
Per il cavaliere il proprio nome è tutto tanto che macchiarlo significa morire da vivo e, quel che è peggio, trascinare la propria persona in una dimensione che non è più propria perché significa l’uscita dal consorzio umano. Non potrebbe più essere un bellatores credibile e quindi non avrebbe altro da dare alla società.
Un cavaliere è tale, quindi, perché possiede un patrimonio spirituale inestimabile e sul quale tutti possono fare affidamento: l’onore. Un onore che può e dev’essere creduto; “creduto” nel senso latino del termine. Pecuniam credere significa prestare denaro con la certezza che questo sarà restituito, così come il credito è ciò che possediamo, senza dubbio alcuno, e credenza è ciò a cui prestiamo fede, senza dubbio alcuno.
Il credito di un cavaliere è il suo onore che dev’essere senza macchia così come quella veste bianca che ha indossato per tutta la veglia d’armi e che ora porta al disotto del manto dai colori vivaci. Colori che sono vistosi e che dicono a tutti che quello è un cavaliere ma, nel contempo, che danno la possibilità a tutti di vedere se vi è coerenza tra ciò che quei colori significano e il portamento di chi indossa quelle vesti. Ognuno può giudicare se vi è coerenza tra il fare il cavaliere e l’essere cavaliere, tra la proposizione e gli atti, tra la veste sgargiante esterna e quella bianca sottostante.
Nella nostra società che dà spazio alle emozioni e cancella i sentimenti, che vive di rumori e non sa ascoltare il silenzio, che vive di esteriorità e cancella l’interiorità (quella nella quale Sant’Agostino vede Dio) è facile ridurre la cavalleria a cimieri, manti e cavalcature, tornei e duelli come una sorta di grande palcoscenico.
La cavalleria “storica” ci parla ancora e forse più di quanto parlasse ai propri contemporanei; parla un linguaggio semplice ed elevato nel contempo, indica uno stile di vita chiaro e preciso, sprona a guardare dentro di sé per vedere oltre. Mettersi in un cammino che parte da sé ma con la consapevolezza di andare oltre; il traguardo di questo cammino interiore, infatti, è quello di giungere all’altro da sé (col servizio) e portarci verso l’Alto (per santificare con i propri atti una vita che ci è data).
Uomini attivi in una società che possiamo rendere più luminosa col nostro agire e che possiamo illuminare col nostro animo nell’attesa che sorella morte ci trovi sul campo di battaglia e ci colga in piedi; forse laceri e sporchi ma col nostro onore intatto.
NOTE
(1) Jean Flori, La cavalleria medievale, Il Mulino Bologna 2002 pag 95
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