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SUL TEMA DELL’ETICA CAVALLERESCA

di Christian del Pinto




IL SIGNIFICATO DELL’EROE E L’ETICA CAVALLERESCA


I - Eroi, Santi e Cavalieri

Come è ben noto, la Storia non è solo un susseguirsi di date ed avvenimenti. Essa è qualcosa di più: rappresenta infatti la memoria e l’esperienza passata delle civiltà, senza la quale non sarebbe certamente possibile ipotizzare l’esistenza di un futuro. La Storia è emozione, cultura, cronaca; elementi inscindibilmente legati alla Tradizione mistica e religiosa, alla leggenda, al mito. La Storia è l’uomo. Ogni essere umano è infatti parte indispensabile alla realizzazione ed alla caratterizzazione di un periodo storico, indipendentemente da quanto rilevante possa essere il suo materiale personale contributo. Ogni singola vita è infatti parte ineliminabile nella memoria collettiva del genere umano. Non tutti gli uomini sono però eletti ad esempio per i loro simili e ricordati negli annali; di questa stretta cerchia fanno parte coloro che si sono distinti in quanto, pur avendo in dono le medesime potenzialità dei loro simili, sono stati, rispetto ad essi, più abili nel trasformare in “azione concreta” i loro ideali. Questi uomini, che hanno consacrato al proprio Credo di vita la loro intera esistenza, vengono nella Storia ricordati con l’appellativo di “Eroi”. Così come gli uomini generano la Storia, una parte di essi, gli eroi, generano il mito, l’esempio, la dignità di un popolo. Lo studioso Thomas Carlyle, nel saggio “Gli eroi e il culto degli eroi”, a questo proposito scrive: “La storia universale altro non è, in sostanza, che la storia dei grandi uomini e degli eroi (1), affermando che un periodo storico è in genere ricordato associando ad esso i personaggi protagonisti di quel periodo. L’autore definisce anche l’importanza del culto dell’eroe come esempio per gli altri uomini: “Tutto quello che vediamo stabilmente fondato nel mondo, in realtà altro non è se non la realizzazione pratica, la incarnazione dei pensieri che ebbero sede nei Grandi (2) E ancora: “Non è possibile occuparci, sia pure in modo superficiale, di un grande uomo senza apprendere qualcosa da lui. Egli è la vivida sorgente di luce alla quale è utile e piacevole trovarsi accanto, (...) che spande intorno a sé il raggio di un intuito innato ed originale, di una virile e nobile grandezza nel cui chiarore ogni anima si acquieta (3). E ancora: “Uomini e uomini erano passati, (...) finché non venne l’uomo originale, il grande pensatore, il veggente, il cui pensiero, espresso in maniera distinta, risvegliò in tutti la sopita facoltà di pensare (4). Poiché l’eroe è quindi necessario ad un popolo come esempio da tenere a mente e verso cui tentare di orientare le proprie azioni, ogni Tradizione si incentra sulla figura di uno o più eroi, spesso trasfigurati come esseri umani non solo dotati ma addirittura con attributi divini o semidivini. Qualcuno potrebbe ipotizzare che ciò funga quasi da giustificazione del perché esista quel particolare eroe o del perché si sia elevato tra gli altri uomini. In realtà l’ipotesi più logica potrebbe essere quella che considera gli eroi come figure con un canale più diretto con il mondo degli Ideali. Con l’avvento del Cristianesimo, l’immagine dell’Eroe si è spesso fusa a quella del Santo. Quali migliori figure dei Santi - Martiri in particolare - potevano (e possono!) infatti essere considerati come sempiterni esempi di uomini che avevano votato la loro intera esistenza (e spesso la loro tragica fine) ad un Ideale? Nel quotidiano legame esistente, nella Società Medioevale, tra uomo e Senso del Sacro, una particolare dedizione veniva naturalmente riservata ai culti dei Santi Guerrieri, la cui genesi agiografica poteva essere trovata non esclusivamente nelle Schiere Celesti (come nel caso di San Michele), ma anche nella conterranea umanità. Sono questi i casi, solo a volerne citare alcuni, di San Giorgio Martire di Lydda (5), San Teodoro di Amasea (6), i Santi Maurizio, Candido, Essuperio, Vittore e gli altri Martiri della Legione Tebana. Non ci si deve sorprendere, quindi, se proprio ad alcuni di tali meravigliosi Archetipi del giusto Vivere Cristiano abbiano tratto ispirazione i primi movimenti embrionali di quelli che poi divennero gli Ordini Cavallereschi.

II - Essenza degli Ordini Cavallereschi ed Etica della Crociata

A tal proposito, è immediato pensare quanta venerazione popolare sia stata dedicata a San Giorgio, Patrono dei Cavalieri e della Cavalleria ma anche degli armaioli, dei soldati, degli schermitori, degli arcieri, dei sellai (e, in epoca recente, degli Scouts), nonché dell’Inghilterra, di intere Regioni spagnole, del Portogallo, della Lituania, di città come Genova, Campobasso, Ferrara, Reggio Calabria e di centinaia di altre città e paesi. Ad Egli si sono ispirati numerosi Ordini Cavallereschi, che hanno attinto etica e semantica dalla Sua figura, tra i quali è possibile annoverare l’Ordine di S. Giorgio detto “della Giarrettiera (7), l’Ordine Teutonico (8), l’Ordine militare di Calatrava d’Aragona (9) e il Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio (10 ). Un ulteriore esempio è rappresentato da San Maurizio e dagli altri Martiri della Legione Tebana. Nel III secolo della Cristianità, la mentalità di coloro che erano fedeli a Cristo non poteva coincidere con quella dei pagani, in particolare nel considerare la Patria al di sopra d’ogni altra cosa. Un certo disinteresse per l'estensione dell'Impero fu spesso scambiato per avversione e punito con estremo rigore, come nell’evento riguardante i militi della Legione Tebana e il loro “Primicerius” Maurizio, il loro “Campidoctor” Essuperio, ed il loro “Senator Militum” Candido. Tale valorosa Legione era stata trasferita, congiuntamente ad altre forze militari, dall'Egitto alla Gallia proprio per arginare la diffusione del Cristianesimo, seguendo la volontà di Massimiano Erculeo, associato al governo nel 286 come collega dall'Imperatore Diocleziano. I militi Cristiani, di numero incerto ma compreso tra mille e seimila, giunti presso Agaunum (un pianoro, nel Vallese, compreso tra il Rodano, il lago di Ginevra e le retrostanti montagne, dove sorge l’attuale St. Maurice) furono flagellati e poi decapitati per essersi rifiutati - secondo due diverse versioni - di proseguire verso la Gallia in una spedizione punitiva contro i Cristiani (come desumibile dalla Passio Acaunensium Martyrum, scritta dal vescovo di Lione Eucherio (11) intorno al 450), o di officiare un sacrificio agli Dei Romani prima di muovere contro i ribelli Bagaudi. A tale evento ha tratto ispirazione il ben conosciuto Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (12 ), da sempre considerato uno dei più prestigiosi ed ambiti Ordini Cavallereschi di tipo dinastico, relativo a Casa Savoia. A titolo di cronaca, alcune Reliquie dei Martiri Tebani consacrano l’altare del Sacrario Nazionale Mauriziano di Pescocostanzo in terra d’Abruzzo. Alla luce dei citati presupposti, il percorso del Cavaliere medioevale viene ad assumere una visione differente dalla semplicistica e materiale connotazione militare. Esso è un Percorso Iniziatico, CONSACRATO e consacrante agli alti Ideali Cristiani, una via verso la Santità. Un vero e proprio Pellegrinaggio Simbolico - sullo stile, quindi, del viaggio che intraprendono i pellegrini sulle vie rese sicure proprio dai Crociati - che, nel caso non possa essere percorsa per intero, comunque condurrebbe verso la Salvezza e la Redenzione. Come gli antichi Eroi sia di argiva che di norrena memoria, il premio del Cavaliere non si trova su questa terra. Egli non agogna possedimenti terrieri o ascese nobiliari ma la contemplazione dell’Altissimo dopo la morte che si guadagnerà, con onore, sul campo di battaglia. Per questo la battaglia diviene una necessità, l’occasione di giungere alla sua meta. Una battaglia che è soprattutto interiore, nella determinata volontà di mantenere saldo ed irrefrenabile il difficoltoso intento nel proseguire la propria ascesa. Un’ascesa che inizia con un vero e proprio Sacramento: la Cerimonia di Iniziazione Cavalleresca. Si tenga, a questo punto, presente un’evidenza: tutto questo discorso non è esclusivamente circoscritto all’ambito Cristiano, ma abbraccia, seppur con le dovute differenze, anche le altre Fedi Religiose, in particolare l’Islam. Inoltre, non chi è glorificato in terra ha buone speranze di giungere vittorioso al termine del suo cammino. Il Cavaliere, perfetto Cristiano, deve pertanto essere umile, caritatevole e devoto. Non a caso, nella Tradizione Arthuriana, non è l’invincibile Lancillotto a trovare il Graal, ma il contadino Parzival. Lancillotto ha come premio per la sua condotta terrena soltanto la follia, che solo una morte onorevole contro le armate di Mordred riesce, nell’ultimo istante della sua esistenza, a vincere. In questa ottica perfino la Crociata (la cui Storia non si affronterà in questa sede a preferenza dell’aspetto etico e simbolico) si ammanta di una differente semantica. Ridurre la Crociata ad una mera spedizione militare per soddisfare la sete di conquista di alcuni regnati europei è estremamente riduttivo, oltre che profondamente errato. Riduttivo perché considerare l’evento in tale modo verrebbe a generare un processo ermeneutico simile a quello che si realizzerebbe considerando, per fare alcuni esempi, la bimillenaria storia della Chiesa Cattolica come circoscritta alla sola Inquisizione, o la complessa Religione Islamica alle deliranti invettive propagandistiche di pochi fanatici integralisti. Errato perché un evento di tale portata deve essere analizzato, nei suoi più reconditi aspetti, con occhi coevi. Troppo comodo è infatti giudicare il passato con il bagaglio culturale e cognitivo dell’uomo moderno! La Crociata ha unito nobili e contadini, mercanti e pellegrini, in un unico fiume inarrestabile, finalizzato al recupero di quella Tradizione Occidentale che in parte era andata perduta insieme al riflusso delle ondate barbariche che avevano distrutto l’Impero Romano. La Crociata possiede, quindi, un’intrinseca Etica. Certamente la Quarta Crociata, voluta fortemente da Venezia, è stata promossa per fini economici ed espansionistici, ma si provi, come esempio, ad immaginare cosa possa aver spinto migliaia di fanciulli, nell'intera Europa, a lasciare le proprie dimore per tentare quella tragica avventura che la Storia avrebbe ricordato con l’appellativo di “Crociata dei Bambini”. Vaghi sogni di ottenere possedimenti terrieri nell’Oltremare Latino? O sete di attingere senza sosta a quell’inesauribile Fonte rappresentata da Nostro Signore Gesù Cristo?

III - Trasformazione e persistenza degli Ordini Cavallereschi nella Storia

L’Etica Cavalleresca è perciò da considerarsi atemporale, in quanto strettamente legata alla Tradizione Eroica che trova le proprie radici nell’origine della Storia dell’Uomo. E se questa Tradizione è atemporale e ha accompagnato l’Uomo fin dai suoi albori, non ci sarebbe assolutamente ragione di credere che Essa non sia giunta fino ai nostri giorni, e che sia la nostra più vuota esistenza, distratta dai quotidiani bombardamenti mediatici ai quali siamo ormai assuefatti, a non permetterci di riconoscere tale continuità d’intenti Ideali e Valorosi. Al giorno d’oggi alcuni Ordini Cavallereschi sono sopravvissuti, ma solo alcuni di essi possono riconoscersi nei princìpi Tradizionali di cui si è finora discorso. Tanto per semplificare un discorso che altrimenti risulterebbe ai più lungo e noioso, è possibile considerare l’ingente mole degli Ordini Cavallereschi attualmente esistenti in tre principali categorie: Ordini che fanno capo ad uno Stato, Ordini che fanno capo ad una Dinastia (regnante o non più regnante), ed Ordini Sovrani. Della prima categoria fanno parte quegli Ordini che vengono elargiti da uno Stato o da un Governo a quelle personalità che si sono particolarmente distinte in diversi ambiti, dipendentemente dalla finalità del Sodalizio, come, ad esempio per l’Italia, gli Ordini al Merito della Repubblica Italiana (Cavaliere della Repubblica) e al Merito del Lavoro (Cavaliere del Lavoro). Naturalmente ogni altro Stato ha i propri Ordini Cavallereschi “di distinzione”. E’ facile intuire che, generalmente, per ottenere tali Onori non è necessario fare alcuna richiesta o elargire quote di ammissione, ma bensì essersi particolarmente distinti in campo culturale, militare, artistico, sportivo, eccetera. In tale categoria si annoverano anche quegli Oridini Nazionali di Stati retti da una Monarchia, congiuntamente a quelli Vaticani (Ordini di San Silvestro Papa, di San Gregorio Magno, Ordine Piano, ecc.), in quanto il Vaticano è considerato Stato estero. Della seconda categoria fanno parte tutti quegli Ordini la cui “Fons Honorum” generatrice ed elargitrice è in possesso di una Famiglia di Nobile Casato, con Titolo almeno (nella maggior parte dei casi) di Principe o equiparato. Naturalmente, se la Famiglia detentrice della specifica Fons Honorum risulta regnante, tali Ordini sono annoverabili - come effetto, ma non come causa - nella prima categoria, sopra menzionata. Sussiste però una differenza sostanziale: nel caso la Dinastia venga destituita dallo status di Regnante, il Diritto di elargire uno specifico Ordine Cavalleresco non viene perso dai suoi discendenti, pur non essendo più riconosciuto dallo Stato in cui era vigente in precedenza. Un esempio chiarificatore può essere quello degli Ordini Cavallereschi di Casa Savoia. Fino all’avvento della Repubblica, infatti, tali Ordini erano considerati della Corona intesa anche come Stato Italiano. Dopo il 1946 la Repubblica Italiana non ha più riconosciuto tali Ordini come propri, poiché la loro Fons Honorum non era in mano dello Stato in quanto tale ma restava alla Famiglia Savoia che, ancora oggi, può decidere di concederli. Un ulteriore esempio è il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, il cui Gran Magistero è tuttora saldamente in mano all’Infante di Spagna Don Carlo di Borbone, cugino in primo grado di Re Juan Carlos. Della terza categoria fa invece parte un solo Ordine Cavalleresco: quello di Malta (14). L’aggettivo “Sovrano” vuol dire che si riconosce l’Ordine come uno stato, anche se privo di territorialità e confini fisici. Per questo motivo l’Ordine di Malta possiede Ambasciate e Consolati, e i suoi appartenenti sono muniti di un opportuno Passaporto (14). Menzione a parte merita l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, il quale non rientra in nessuna delle tre precedenti categorie. Pur non essendo un Ordine Pontificio in senso stretto (il Gran Magistero non è tenuto dal Papa ma da un Cardinale da Egli designato) Esso è però giuridicamente “di subcollazione Vaticana”. In pratica una sorta di “Protettorato” Vaticano in cui il Gran Maestro viene indicato dal Santo Padre per delega, che lo rende - insieme all’Ordine di Malta - uno degli unici due Ordini Cavallereschi (non Pontifici) RICONOSCIUTI e TUTELATI dal Vaticano. E’ a tal punto doveroso introdurre il problema riguardante la concessione di Onori (e, addirittura, Titoli Nobiliari) che poi si rivelano assolutamente fasulli, da parte di Famiglie che vantano antica ascendenza. Il punto è il seguente. E’ vero che per possedere la Fons Honorum di concedere Titoli Cavallereschi e Nobiliari occorre essere almeno Principi (o equiparati), ma come Principi occorre avere (o, quanto meno, aver avuto) il riconoscimento di un organismo super partes, come uno Stato o una Chiesa. Ad esempio, gli Ordini Dinastici Sabaudi, che fanno capo, per Legge Salica, al Capo di Casa Savoia S.A.R. il Principe di Napoli Vittorio Emanuele, sono attualmente riconosciuti dal Vaticano, che è uno Stato oltre ad essere una Chiesa, e quindi non possono che essere “veri”. Altri Ordini che fanno capo a “Principi” italiani potrebbero invece non avere tali riconoscimenti e requisiti. Si tenga inoltre presente che l’avere nelle proprie fila un Vescovo o un Cardinale NON vuol dire automaticamente essere riconosciuti dal Vaticano. Questo è il caso dei numerosi così detti “Ordini Templari” che hanno la pretesa di affermare un loro riconoscimento da parte della Santa Sede, cosa che attualmente non è ancora, nel modo più assoluto, avvenuta. Un consiglio generale è quindi di informarsi preventivamente non solo sulla veridicità dell’Ordine Cavalleresco a cui si sta eventualmente per aderire, ma anche sul riconoscimento della Fons Honorum che lo elargisce. Si tenga presente che alcuni Principi non riconosciuti come tali dal Vaticano o dallo Stato Italiano, possono essere riconosciuti da altri Stati o altre Chiese, come quella Ortodossa. In questo caso la faccenda risulta maggiormente complicata: la chiesa Ortodossa non è unica, ma è frammentata in una miriade di Patriarcati, alcuni dei quali acefali (che fanno capo soltanto, quindi, a loro stessi). Un Principe, Capo di Casata Nobiliare con Fons Honorum, riconosciuto tale da una Chiesa Ortodossa, potrebbe elargire quindi Titoli Cavallereschi e Nobiliari, in virtù di quanto finora affermato. Il problema che sia in Italia che all’estero ci sono dei sedicenti (per non dire loschi) figuri che vantano appartenenza a Famiglie Antichissime solo perché il loro cognome è lo stesso. E’ soprattutto da queste che bisogna guardarsi. Infine, sono ben pochi i Titoli Cavallereschi riconosciuti dallo Stato Italiano (oltre naturalmente quelli da Esso concessi), e ancor di meno quelli Nobiliari. L’avvento della Repubblica ha abolito dal 1946 i Titoli Nobiliari, tranne nei casi di famiglie che detenevano un Titolo Estero, la cui Sovranità di Concessione era comunque riconosciuta. Per fare un esempio banale, è naturale sostenere che quando il Principe di Galles viene in Italia è comunque il Principe di Galles, anche se da noi la Nobiltà è stata abolita. Famiglie che hanno avuto il Titolo Nobiliare all’estero quindi lo mantengono, ma i casi sono piuttosto rari. Si pensi, ad esempio, che le famiglie nobili italiane con Nobiltà concessa dalla Città del Vaticano - e quindi riconosciute Nobili anche dalla Repubblica - sono soltanto 351 (15). Naturalmente lo Stato Italiano, pur riconoscendo in tal modo ad una Famiglia il Titolo Nobiliare, non concede ad Essa ulteriori particolari privilegi. Naturalmente uno stato repubblicano può non riconoscere tali titoli, ma non può di certo cancellare la secolare dignità nobiliare di Famiglie e Casati semplicemente promulgando una legge. Si tenga inoltre presente che non è possibile in Italia utilizzare il Titolo di “Cavaliere” se non si è prima ottenuta opportuna autorizzazione da parte del Ministero degli Esteri, tramite presentazione in Prefettura di un’opportuna istanza finalizzata, appunto, a tale riconoscimento. In seguito alla presentazione di tale istanza, si potrebbero anche avere sgradite sorprese: alcune richieste, infatti, non solo non vengono approvate, ma possono anche generare la diffida ai danni del richiedente. Per questo motivo, quindi, è meglio fare dovuta attenzione. Potrebbe inoltre apparire supefluo ricordare che la maggior parte dei Titoli Cavallereschi (in particolare quelli concessi a seguito di un’acquisita benemerenza) sono “ad personam”, pur sussistendo alcuni casi in cui detti Titoli possono essere considerati ereditari o estensibili al proprio congiunto.

IV - L’Etica del Cavaliere nella società odierna

Per concludere, alla luce di quanto finora discorso, è necessario e doveroso porsi almeno due domande di ordine pratico. Al giorno d’oggi ha ancora senso voler essere Cavaliere? Solo aderendo a sodalizi cavallereschi è possibile realizzare tale intento? Innanzi tutto, essere VERO Cavaliere non vuol dire vestirsi con un’armatura o ostentare il proprio Titolo. Essere Cavaliere vuol dire, per quanto concerne la Fede Cristiana, realizzare con le proprie Opere la concretizzazione di ciò che è il messaggio di Cristo: essere non ostentatore ma OSTENSORIO. Naturalmente, la via affinché tale intento possa concretizzarsi non è e non può essere univoca. Essa deriva da una scelta interiore, dalla constatazione che nel mondo attuale si è guadagnato molto in termini materiali ma molto di più si è perso a livello spirituale. In poche parole, come accadeva per i pellegrini medioevali nel momento in cui sceglievano di iniziare il loro viaggio (non solo fisico, ma soprattutto simbolico), l’essere Cavaliere è realizzato dalla volontà e dalla determinazione di voler rendere nuovamente attuali alcuni Valori, terreni riflessi di Ideali ben più elevati. Essere Cavaliere vuol dire cercare un dialogo, un confronto costruttivo dal quale far germinare non solo l’evoluzione della propria persona ma contribuire all’ascesi morale ed etica di un’intera collettività. Vuol dire agire con rispetto, tolleranza e moderazione, ma in modo determinato per la concretizzazione dei propri Ideali. E ciò è sinonimo di impegno, soprattutto nei confronti di chi è più sfortunato e debole. Per questo l’attualità dell’Etica Cavalleresca non potrà mai essere considerata superata ed anacronistica. Aderire a sodalizi cavallereschi affinché ciò possa essere realizzato è necessario se si vuole che il proprio impegno contribuisca a generare un effetto maggiore. Per fare alcuni esempi, è possibile rivolgere il proprio pensiero a quegli Ordini che ancora oggi mantengono attiva la ricerca medica e la sua applicazione , reggendo strutture ospedaliere ed organizzando missioni di soccorso all’estero, in particolare nei teatri di guerra. Oppure, facendo un ulteriore esempio, è possibile pensare all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro (16 ) che, grazie all’impegno dei suoi Cavalieri, mantiene le strutture del Patriarcato Latino in Terrasanta; non solo chiese e monasteri ma anche scuole, ospedali e centri di accoglienza, aperti a tutti e non certamente soltanto ai Cristiani. Peccato, però, che in tali Sodalizi si entri troppo spesso in contatto con persone che sono in realtà estremamente distanti dagli Ideali che affermano di perseguire e che preferiscono ostentare decorazioni e mantelli nei posti d’onore delle Processioni o delle Celebrazioni Liturgiche. Ma l’Ideale che vi è alla base non può e non deve essere “contaminato” da tali episodici comportamenti, seppur - purtroppo - abbastanza diffusi. La devozione del Cavaliere, oggi e non solo come ieri ma anche come domani, fa sì riferimento ad una Fede Religiosa, ma la sua applicazione non ha e non può avere bandiera. L‘uomo è sempre Uomo, anche se prega in modo differente o se aderisce ad una diversa frangia politica. E qualsiasi uomo può aver bisogno di aiuto e conforto da parte di un suo fratello. Il Cavaliere, quello VERO, alberga sopito in ognuno di noi. E’ necessario desiderare con tutte le forze che si hanno a disposizione - soprattutto in questo momento storico in cui i veri Valori ci appaiono così spesso calpestati dalla vuota e distratta massificazione quotidiana - di volerlo destare. Ciò che ne nascerebbe non sarebbe soltanto frutto di un’utopica retorica. Sarebbe davvero questo, e non una sua bieca strumentalizzazione, che meglio risponderebbe alla chiamata “DEUS VULT”.



NOTE

(1) Thomas Carlyle, in Gli Eroi e il Culto degli Eroi (Editori Associati, collana TEA n° 94 del Settembre 1990), Pag. 3..

(2) Thomas Carlyle, Op. Cit., Pag. 3.

(3) Thomas Carlyle, Op. Cit., Pagg. 13 e 14.

(4) Thomas Carlyle, Op. Cit., Pag. 37.

(5) Giorgio, il cui sepolcro è a Lidda (Lod) presso Tel Aviv in Israele, venne onorato, almeno dal IV secolo, come martire di Cristo in ogni parte della Chiesa. La tradizione popolare lo raffigura come il cavaliere che affronta il drago, simbolo della fede intrepida che trionfa sulla forza del maligno. La sua memoria è celebrata il 23 Aprile anche nei riti siro e bizantino. Per avere una vaga idea di quanto il Suo culto fosse diffuso, si pensi che chiese dedicate a S. Giorgio esistevano a Gerusalemme, Gerico, Zorava, Beiruth, Egitto, Etiopia, Georgia da dove si riteneva fosse oriundo; a Magonza e Bamberga vi erano delle basiliche; a Roma vi è la chiesa di S. Giorgio al Velabro che custodisce la reliquia del cranio del martire palestinese; a Napoli vi è la basilica di S. Giorgio Maggiore; a Venezia c’è l’isola di S. Giorgio. La sua figura è avvolta nel mistero, da secoli infatti gli studiosi cercano di stabilire chi veramente egli fosse, quando e dove sia vissuto; le poche notizie pervenute sono nella “Passio Georgii” che il ‘Decretum Gelasianum’ del 496, classifica tra le opere apocrife (supposte, non autentiche, contraffatte); inoltre in opere letterarie successive, come “De situ terrae sanctae” di Teodoro Perigeta del 530 ca., il quale attesta che a Lydda (Diospoli) in Palestina, oggi Lod presso Tel Aviv in Israele, vi era una basilica costantiniana, sorta sulla tomba di san Giorgio e compagni, martirizzati verosimilmente nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano (detta basilica era già meta di pellegrini prima delle Crociate, fino a quando il sultano Saladino (1138-1193) la fece abbattere). La notizia viene confermata anche da Antonino da Piacenza (570 ca.) e da Adamnano (670 ca) e da un’epigrafe greca, rinvenuta ad Eraclea di Betania datata al 368, che parla della “casa o chiesa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni”. I documenti successivi, che sono nuove elaborazioni della ‘passio’ leggendaria sopra citata, offrono notizie sul culto, ma sotto l’aspetto agiografico non fanno altro che complicare maggiormente la leggenda, che solo tardivamente si integra dell’episodio del drago e della fanciulla salvata da S. Giorgio.

(6) Originario dell’Oriente, arruolato nell’esercito romano, era stato trasferito con la sua legione nei quartieri invernali di Amasea (Anatolia) al tempo dell’imperatore Galerio Massimiano. Improvvisamente fu promulgato un editto per cui si ordinava ai soldati di sacrificare agli dei; Teodoro che era un cristiano si rifiutò nonostante le sollecitazioni del tribuno e dei compagni; gli fu concesso un tempo per ripensarci ma egli ne approfittò per incendiare il tempio di Cibele (Madre degli dèi) che sorgeva al centro di Amasea presso il fiume Iris. Ricondotto in tribunale fu torturato con il cavalletto e poi gettato in prigione a morire di fame, lì ebbe celesti e confortanti visioni, infine fu condannato a bruciare vivo, ciò avvenne il 17 febbraio probabilmente fra il 306 e il 311 d.C. Il suo sepolcro stava in una piccola località Euchaite vicino ad Amasea (odierna Aukhat in Turchia) che nel secolo X fu chiamata anche Teodoropoli. Le notizie della sua vita ci sono pervenute da un discorso pronunciato da s. Gregorio di Nissa nella basilica che sorgeva già nel IV sec. ad Euchaite nel Ponto ove era il suo sepolcro. Discorso poi confermato in una ‘passio’ greca di poco posteriore. Il suo culto si propagò in tutto l’Oriente cristiano e successivamente nell’impero Bizantino. In Occidente la prima traccia di un culto a lui tributato deve considerarsi il mosaico absidale tuttora esistente nella basilica dei santi Cosma e Damiano al Foro Romano eretta nel 526-30. Monasteri a lui dedicati esistevano già alla fine del secolo VI a Palermo, Messina, Ravenna, Napoli; a Venezia fino al sec. XII fu invocato come patrono della città e poi sostituito con s. Marco. Secondo un’antica tradizione il suo corpo fu trasferito a Brindisi dove è conservato in un’urna-reliquiario di argento nella Cattedrale. Venezia lo ricorda nelle figure di una vetrata e nel portello dell’organo di due chiese e poi anche con la colonna posta in piazzetta s. Marco sulla cui sommità vi è una sua statua in armatura di guerriero, con un drago ai suoi piedi simile ad un coccodrillo. Nel sec. IX Teodoro era l’unico santo con questo nome, ma poi appare un altro Teodoro non più soldato ma generale il quale sarebbe morto ad Eraclea al tempo di Licinio il 7 febbraio e anche lui Sepolto ad Euchaite il 3 giugno. Questo sdoppiamento dell’unico martire Teodoro generò una doppia fioritura di leggende di cui rimangono relazioni in greco, latino e altre orientali e influirono a loro volta nei giorni delle commemorazioni. Nei sinassari bizantini il T. generale è ricordato l’8 febbraio mentre il soldato il 17 febbraio. Nei martirologi occidentali invece il generale è ricordato il 7 febbraio e il soldato il 9 novembre. A volte compaiono tutti e due insieme in mosaici o affreschi riguardanti santi militari. Comunque trattasi della stessa persona commemorata in due giorni diversi.

(7) Il Nobilissimo Ordine della Giarrettiera (The Most Noble Order of the Garter), risalente al Medio Evo, è il più antico ed elevato ordine cavalleresco del Regno Unito. Capo dell'Ordine della Giarrettiera è il sovrano del Regno Unito; l’ammissione è riservata a non più di 25 membri, la cui scelta è di competenza esclusiva del sovrano (contrariamente a quanto accade per altri ordini, nei quali il sovrano in genere designa i membri su proposta, anche informale, del primo ministro). Gli uomini sono conosciuti come Knight Companion, le donne Lady Companion (non Dame). Eccezionalmente l’Ordine può ammettere membri fuori dal limite di 25 (in questo caso chiamati soprannumerari), in genere familiari del sovrano oppure sovrani stranieri. Data l’esclusività dell’Ordine, esso viene conferito solo a personalità che si siano distinte per altissimi meriti nel servire il Regno Unito. Come lo stesso nome suggerisce, lo stemma dell’Ordine è una giarrettiera sormontata dal motto Honi soit qui mal y pense (fr.: Sia vituperato chi ne pensa male). La Giarrettiera è indossata dai membri dell’Ordine durante le occasioni formali. L’Ordine della Giarrettiera ha competenza solo sull’Inghilterra intesa come regione storica: tale ordine è equivalente come rango, ma superiore per anzianità, allo scozzese Ordine del Cardo (The Most Ancient and Most Noble Order of the Thistle) e al nord-irlandese Ordine di San Patrizio (The Most Illustrious Order of St. Patrick). Ognuno di tali ordini conferisce onorificenze nella nazione storica di competenza (anche se l’Ordine di San Patrizio, dopo la riduzione dell’Irlanda britannica al solo Ulster, è di fatto inattivo, l’ultimo suo cavaliere essendo morto nel 1974). L’Ordine fu fondato - molto presumibilmente - nel 1348 dal re Edoardo III come «società, compagnia e collegio di cavalieri». Sebbene vi siano diverse ipotesi sulla data di nascita effettiva dell’Ordine, appare certo che esso non fu fondato prima del 1346. Comunque, l’atto fondativo della Giarrettiera prevedeva che l’Ordine fosse riservato solo a coloro che fossero già cavalieri. Altresì leggendario - e mai provato, sebbene suggestivo - l’aneddoto relativo all’origine dell’Ordine: durante un ballo a corte, una non meglio specificata Contessa di Salisbury (verosimilmente la favorita del re, in seguito sua moglie Giovanna del Kent), perse una giarrettiera. Il re si chinò per raccoglierla e si offrì di aiutare la sua ospite a indossarla di nuovo e, uditi i bisbigli e le risatine maliziose dei cortigiani, si alzò e disse loro in francese (allora la lingua di corte): «Honi - oppure honni - soit qui mal y pense!» (Si vergogni chi pensa male di ciò), che divenne poi il motto dell’Ordine. Ugualmente priva di fondamento è un'altra leggenda che vorrebbe la fondazione dell’Ordine come omaggio di Edoardo III al suo antenato Riccardo Cuor di Leone: durante una crociata, prima di una battaglia Riccardo fece indossare una giarrettiera ai suoi soldati, perché così comandatogli in sogno da San Giorgio la notte prima. Questo avrebbe poi fatto vincere la battaglia ai soldati cristiani.

(8) L'Ordine Teutonico (in latino Ordo Fratrum Domus Hospitalis Sanctae Mariae Teutonicorum in Jerusalem o Ordo Teutonicus; in tedesco Orden der Brüder vom Deutschen Haus St. Mariens in Jerusalem o Deutscher Orden; sigla O.T.) è un antico ordine monastico-militare e ospedliero (cronologicamente il terzo, dopo quelli gerosolimitano e del Tempio) sorto in Terrasanta all'epoca della terza crociata ad opera di alcuni mercanti di Brema e Lubecca per assistere i pellegrini tedeschi. In seguito, avviò la conquista dei popoli slavi nell Europa dell'est ed in una prima fase occupò un vasto territorio sul Baltico, che però nel 1466 si ridusse alla sola Prussia Orientale. Secolarizzato al tempo della Riforma, fu soppresso da Napoleone Bonaparte ed in seguito ripristinato dagli Asburgo: venne riformato nel 1929 dalla Santa Sede che lo rese un ordine di canonici regolari per la cura d'anime e le opere di carità. Pare che l'origine dell'ordine risalga al 1099 quando un cavaliere tedesco ferito durante i combattimenti per la presa di Gerusalemme venne assistito e curato da una coppia di pellegrini tedeschi, presumibilmente mercanti, che decisero in seguito di dedicarsi, con il beneplacito del Patriarca di Gerusalemme, all'attività di ospitalità e assistenza dei pellegrini fondando un piccolo ospedale dotato di foresteria ed una cappella dedicata alla Vergine Maria. L'ospedale andò distrutto nel 1187 con la caduta di Gerusalemme. In seguito alla caduta della città fu indetta la terza crociata e il 1 settembre 1189 55 navi che trasportavano i cavalieri crociati tedeschi attraccarono ad Acri, una città portuale situata nella parte settentrionale dell'attuale stato di Israele. Alcuni di loro costruirono un ospedale da campo utilizzando una delle vele di una nave e si dedicarono alla cura dei feriti fino al loro rientro quando lasciarono l'ospedale a due religiosi tedeschi, ai quali nel tempo se ne aggiunsero altri, che lo ampliarono acquistando un terreno e costruendovi un edificio con annessa cappella e costituendo l'ordine dei "fratres domus hospitalis sanctae Mariae Teutonicorum in Jerusalem". Il 6 febbraio 1191 all'ordine venne concessa l'approvazione e la protezione del pontefice Clemente III. La regola seguita dagli appartenenti all'ordine era quella dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme. Il 21 dicembre del 1196 furono confermati all'ordine i possedimenti del tempo e futuri. Nel 1197 avrebbe dovuto aver luogo una crociata guidata dall'imperatore Enrico VI. Quando questi morì i cavalieri che lo avevano preceduto in Terra Santa rientrarono ma prima del rientro decisero di trasformare l'ordine in un ordine cavalleresco con compiti di protezione dei pellegrini. L'attività religiosa proseguì seguendo la regola dei giovanniti mentre quella militare adottò la regola dei templari. Innocenzo III confermò la trasformazione il 19 febbraio del 1199 e ai religiosi venne assegnato il mantello bianco con croce nera. Nel 1221 Onorio III parificò l'Ordine Teutonico all'ordine dei Templari e a quello dei giovanniti. In seguito a cospicue e ripetute donazioni l'ordine si diffuse molto rapidamente, dal 1200 al 1300 il numero delle commende (nome dato alle case dell'ordine) crebbe al ritmo di una ma spesso anche 3 o 4 all'anno, nel 1300 erano circa 300 diffuse in Terra Santa, Cipro, Grecia, Italia, Spagna, nel Sacro Romano Impero, nei Paesi Bassi e nell'area baltica.

(9) Venne fondato nel 1158 dall'abate cisterciense san Raimondo de Fitero, a cui re di Castiglia Sancio III aveva affidato la difesa della città di Calatrava contro i Mori. Papa Alessandro III approvò l'ordine nel 1164. Era diviso in due classi (una di religiosi, l'altra di militari) e diretto da un gran maestro. Nel 1482 (insieme a quelli di Santiago e Alcántara) l'ordine venne annesso alla Corona e Ferdinando II d'Aragona ne divenne gran maestro: papa Alessandro VI rese tale carica ereditaria. Soppresso nel 1931 dal governo repubblicano, venne poi restaurato.

(10) Il Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio è un ordine equestre di collazione della Casa Borbone Due Sicilie, le cui origini vengono tradizionalmente fatte risalire dalla tradizione all'imperatore Costantino I; esso sarebbe stato costituito dopo il ritrovamento della vera Croce. Per questo motivo viene indicato come il più antico ordine cavalleresco. I suoi scopi sono la glorificazione della Croce, la propagazione della fede cattolica e la difesa della Chiesa romana. La fondazione di questo antico e prestigioso Ordine è stata attribuita ora all'Imperatore Costantino il Grande nel 313 d.C. ora all'Imperatore bizantino Isacco II Angelo Flavio Comneno nel 1190 d.C.. Una delle prime menzioni scritte di questo Ordine risale al 1551, con la bolla papale Quod Alias di Papa Giulio III dove si conferiva la dignità di Gran Mestro a Andrea e Angelo Comneno. Con l'estinzione di questo casato nel 1697 il magistero dell'Ordine fu trasferito al Duca di Parma Francesco Farnese. Il contratto di cessione venne sancito dalla bolla papale "Sincerae Fidei" di papa Innocenzo XII del 1699. Gli statuti dell'Odine subirono una revisione nel 1706 e una conferma definitiva della cessione al casato farnense con bolla papale "Militantis Ecclesiae" di Papa Clemente XI del 1718. In quell'anno il duca scelse come sede dell'Ordine la chiesa di Santa Maria della Steccata, da allora detta anche Chiesa Magistrale. Nel 1727 all'ultimo discendente della dinastia dei Farnese, il Duca Antonio Farnese, succedette, per scelta di quest'ultimo, nel Gran Magistero l'Infante Don Carlo di Borbone. Questi, asceso al trono di Spagna, donò al suo figlio terzogenito, l'Infante Don Ferdinando, il Gran Magistero Costantininano, trasmissibile ai figli maschi primogeniti ("primogeniti farnesiani"), ed il trono delle Due Sicilie. Fin da allora l'Ordine è stato tramandato a tutti i successori del Regno delle Due Sicilie ed ha continuato ad essere conferito fino ad oggi, costituendo lo stesso patrimonio dinastico della famiglia dei Borbone.

(11) Sant’Eucherio di Lione Nacque in una famiglia abbiente dell'aristocrazia gallo-romana, che probabilmente già professava il Cristianesimo. Alcune fonti attestano che divenne senatore, ma, dopo essersi sposato con una donna di nome Galla (o Gallia), decise di abbandonare tutti i suoi beni e di ritirarsi in un convento sulle isole di Lérins, insieme alla moglie e ai due figli, Salonio e Verano: tra questi, il primo sarebbe poi divenuto vescovo di Ginevra, mentre il secondo sarebbe stato il futuro vescovo di Vence, ed entrambi sarebbero divenuti santi. Comunque, quest'ultimi furono affidati al convento di San Onorato, mentre Eucherio e la moglie si trasferirono sull'isola vicina per consacrarsi alla preghiera e allo studio. In seguito, Eucherio fu eletto vescovo di Lione, intorno al 432, partecipò al Concilio di Orange nel 441 e, infine, morì nel 450. Fu autore di numerosi testi, tra cui quello della Passio Acaunensium martyrum: redatto in base alle informazioni fornitegli dal vescovo di Sion, Teodoro, e dal vescovo di Ginevra, Isaac, è il più antico documento sul martirio della Legione Tebea guidata da San Maurizio. Compose inoltre degli opuscoli, fra cui Lode all'eremo e Sul disprezzo del mondo, e scrisse anche alcune Regole per il senso spirituale, le Istituzioni a Salonio (uno dei suoi figli) e una Lettera al vescovo Salvio. Secondo Claudiano Mamerto, un sacerdote di Vienne che lo conobbe personalmente, Eucherio «fu senza ombra di dubbio il più grande fra tutti i grandi vescovi del suo tempo».

(12) L'ordine più antico, quello di San Lazzaro, fu fondato come ordine militare religioso al tempo del Regno Latino di Gerusalemme verso l'anno 1090. L'ordine era concepito per la cura dei lebbrosi, e molti suoi membri erano lebbrosi guariti divenuti cavalieri. Con la caduta di Acri nel 1291 i cavalieri di San Lazzaro lasciarono la Terra Santa e l'Egitto per trasferirsi prima in Francia, e poi, nel 1311, a Napoli. L'Ordine di San Maurizio, invece, venne fondato nel 1434 da Amedeo VIII di Savoia, in seguito divenuto l'antipapa Felice V. L'unificazione dei due ordini avvenne nel 1572 per volere del duca Emanuele Filiberto di Savoia tramite bolla papale di Gregorio XIII. Nelle costituzioni del nuovo ordine i cavalieri dovevano possedere quattro quarti di nobiltà e dovevano vivere in convento per almeno cinque anni. Carlo Alberto aprì l'ordine anche ai non nobili e Vittorio Emanuele II lo ridusse a un titolo onorifico con i cinque gradi tradizionali: cavaliere di gran croce, grande ufficiale, commendatore, cavaliere ufficiale, cavaliere. In base alla XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana il 1° gennaio 1948, l'Ordine Mauriziano è conservato riconducendolo all'esclusivo e originario compito di ente ospedaliero. Con la legge del 3 marzo 1951, nr.178, all'art.9, lo Stato italiano ha però deciso la soppressione di fatto dell'ordine, interrompendo i conferimenti. Tuttavia, alcuni giuristi pensano che le istituzioni dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, essendo nate da una bolla papale, possano essere modificate solo dal papa. Per tale motivo, seppur in forma privata, è continuato da parte del re Umberto II prima, e di suo figlio Vittorio Emanuele poi, il conferimento di tale ordine. In tale forma privata, oggi l'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro è un Sodalizio senza fini di lucro a scopo benefico. Agli aspiranti cavalieri sono, per statuto, richieste le doti di onestà, fedeltà, comprensione, generosità e perdono. L'ordine conta oggi circa 4.000 membri, fra cavalieri e dame, distribuiti in 33 paesi e divisi in delegazioni nazionali e regionali. Normalmente vengono tenute due cerimonie ufficiali all'anno, durante le quali tutti gli associati sono invitati a partecipare. La prima viene celebrata in Francia, nell'abbazia di Altacomba, e rappresenta la commemorazione dei membri deceduti di Casa Savoia. La seconda rappresenta il Capitolo Generale dell'Ordine e viene tenuta solitamente nell'abbazia svizzera di San Maurizio di Agauno, presso Martigny. Nell'occasione vengono introdotti i nuovi associati e ha luogo un ballo di beneficenza. L'accesso all'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro è riservato a tutti i membri della nobiltà italiana ed europea, oltre a coloro i quali, esentati con decreto magistrale, facciano parte del mondo delle scienze, dell'arte, della letteratura, dell'industria e degli affari, col presupposto che godano di ottima reputazione tra i loro pari e che condividano come obiettivo le finalità umanitarie dell'ordine stesso

(13) Il Sovrano Militare Ordine di Malta, conosciuto più semplicemente come SMOM, ente con finalità assistenziali, è riconosciuto da una grande parte della comunità internazionale come soggetto di diritto internazionale. È il principale successore dell'antico ordine dei Cavalieri Ospitalieri, fondato nel 1050. Dal 1834 l'Ordine ha sede a Roma in Via dei Condotti, a due passi da Piazza di Spagna; è presente in oltre 110 paesi con iniziative a carattere benefico ed assistenziale ed è riconosciuto come ente sovrano, pertanto la sua sede e la Villa del Priorato di Malta sull'Aventino godono dello status di extraterritorialità. Il Sovrano Militare Ordine di Malta trae le sue origini dall'antico ordine dei Cavalieri Ospitalieri, nato nel 1050 con la costruzione in Terrasanta di un ospedale per i pellegrini e riconosciuto come ordine religioso cavalleresco nel 1113, mediante una bolla papale di Pasquale II, con il nome di Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Divenne militare quando dovette difendere i propri ospedali in Terrasanta dagli assalti dei soldati: in questo modo, oltre al riconoscimento formale acquisì anche un territorio e una forza armata, configurandosi come vero e proprio Stato. Durante i secoli però perse alcuni territori e dovette acquisirne altri (Rodi, Malta) mantenendo comunque una territorialità, tranne un piccolo periodo di esilio di qualche mese fra la perdita dei territori in Terrasanta e lo spostamento a Rodi. Nel 1798 tuttavia Napoleone occupò l'isola di Malta, su cui l'Ordine cavalleresco governava dal 1530: i cavalieri dell'Ordine però non potevano (per loro stessa legge) opporsi con le armi ad altri cristiani e quindi i Francesi ebbero gioco facile nel prendere il controllo dell'isola. Tale episodio è generalmente considerato quale epilogo della funzione militare dell'Ordine.

(14) A tale Ordine fu rafforzata questa prerogativa in un episodio ben preciso. In seguito alla ribellione dei Corsi contro Genova, nei primi anni del suo Gran Magistero, il Gran Maestro Manuel Pinto da Fonseca (1680-1773) combinò il titolo di “Altezza”, conferito ai Gran Maestri dell’Ordine di Malta dal Re Ferdinando II (il quale aveva concesso all’Ordine Giovannita la Corona di Corsica), con quello di “Eminenza” garantito dal Papa Urbano VIII, assumendo così definitivamente il titolo di “Altezza Eminentissima” e facendosi chiamare “Principe di Malta”. Una tale presa di posizione fece assumere, de facto, al Gran Maestro dell’Ordine la medesima Dignità Nobiliare degli altri regnanti europei, come fu palesemente messo in evidenza dall’adozione araldica della corona “a modello chiuso” (o “chiups”) sulla propria Arma e dall’oro e dall’ermellino che ne arricchirono l’abito religioso. Tale evento unificò per la prima volta i concetti di Repubblica Aristocratica e Monarchia Elettiva, fondendo in un unico titolo le prerogative - anche nominali - della Sovranità e della Religione. Soltanto il Re di Napoli Carlo di Borbone ebbe a che ridire a tale evento, e, per ribadire la sua sovranità sulle isole di Malta e Gozo (come sancito dall’Atto di Cessione del 24 Marzo 1530), fece sequestrare tutte le Commende dell’Ordine presenti nel Regno delle Due Sicilie. Di risposta, Manuel Pinto da Fonseca entrò in questione con l’Arcivescovo di Palermo e con la Corona delle Due Sicilie, non tollerando, a Malta, un Visitatore ecclesiastico. Soltanto l’intervento del Papa Benedetto XIV riuscì a porre fine a tale diatriba, in favore del Gran Maestro Pinto. A tal proposito si veda il seguente lavoro: C. del Pinto, “D. Manuel Pinto da Fonseca, LXVIII Gran Maestro dell’Ordine di Malta”, (2005), pubblicato su “Acadèmia”, Anno I, n. 1 (Maggio 2006), pag. 5-7.

(15) Come riportato in Titoli Nobiliari Pontifici riconosciuti in Italia, di Francesco Pericoli, nella collana Quaderni della Rassega degli Archivi di Stato n. 25, Roma, 1963.

(16) L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro trae le sue origini dall'Ordine dei canonici del Santo Sepolcro, costituito da Goffredo di Buglione dopo la conquista di Gerusalemme, nell'ambito della prima crociata. Nel 1103, secondo i cronisti dell'epoca, Baldovino I di Gerusalemme, secondo regnante dello stato crociato, si pose a capo dell'Ordine dei Canonici del Santo Sepolcro con la prerogativa, per sé e per i suoi successori, di creare cavalieri; tale facoltà era concessa in subordine al patriarca di Gerusalemme, in caso di assenza od impedimento del monarca. Tra gli appartenenti all'Ordine, vi erano i cosiddetti sergentes, i quali rappresentavano una sorta di milizia scelta all'interno della compagine crociata ed erano votati alla difesa del Santo Sepolcro e dei luoghi Santi. Dopo la prima crociata sorsero in tutta Europa i priorati dell'Ordine, ad opera di quei cavalieri nobili o prelati, che avevano ricevuto l'investitura sul Santo Sepolcro. Con la scomparsa del Regno cristiano di Gerusalemme, l'Ordine rimase senza un capo, sebbene i priorati continuassero ad esistere sotto la protezione dei vari signori e sovrani europei e della Santa Sede. La vacanza del Patriarcato latino fece sì che la facoltà di creare nuovi cavalieri fosse prerogativa della più alta autorità religiosa cattolica in Terra santa, ossia il custode di Terra santa. Nel 1847, il Patriarcato fu ripristinato per opera di papa Pio IX, il quale promulgò un nuovo statuto dell'Ordine e lo pose sotto la protezione della Santa Sede, dandone la reggenza al patriarca Latino. In tal frangente fu delineato il compito preminente dell'Ordine di sostentare le opere del Patriarcato latino di Gerusalemme e di alimentare la propagazione della fede cristiana. Nel 1949 papa Pio XII stabilì che il gran maestro dell'Ordine fosse un cardinale di Santa romana chiesa, assegnando al patriarca di Gerusalemme la prerogativa di gran priore. Pianta del piano terreno della chiesa del Santo Sepolcro a GerusalemmeNel 1962, papa Giovanni XXIII e poi, nel 1967, Paolo VI modificarono ulteriormente lo statuto, al fine di consentire una azione più coordinata ed efficiente. Nel febbraio del 1996, Giovanni Paolo II ha elevato la dignità dell'Ordine, il quale, alla data attuale, è un'Associazione Pubblica di fedeli, eretta dalla Sede apostolica a norma del Codice di diritto canonico art. 312 par.1, 1°, con personalità giuridica canonica e civile. Nel 2007 Benedetto XVI ha nominato a capo dell'Ordine l'arcivescovo John Patrick Foley con il titolo di pro-gran maestro. Solo dopo il concistoro pubblico del 24 novembre in cui ha ricevuto la berretta cardinalizia, ha avuto la nomina a Gran Maestro dell'Ordine.


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