In un mondo moderno che - senza retorica - non si tarda a definire superficiale e vacuo di ideali, gli Ordini Cavallereschi sembrano erigersi ad imperituri baluardi di quei valori antichi - al punto da poter tranquillamente essere considerati senza tempo - di fede, sacrificio, dedizione ed umiltà che, nel corso dell’intera loro storia, li hanno sempre caratterizzati.
Tali importanti istituzioni, successivamente alle Crociate, hanno gradualmente abbandonato la propria operatività in ambito militare, incrementando sempre più la funzione di assistenza ed aiuto nei confronti dei più deboli e bisognosi, in piena ottemperanza con l’originario Ideale Cavalleresco e con la matrice religiosa che ne è sempre stata indispensabile supporto.
Non è certamente difficile immaginare quanto, proprio tale aspetto, sia stato fondamentale per la loro sopravvivenza ben al di là del contesto storico, sociale e politico che ne vide la genesi. Pur essendo, però, rimasto sostanzialmente immutato il contesto eroico e tradizionale, di certo ciò che è più mutato, rispetto al passato, negli Ordini Cavallereschi è sicuramente riscontrabile nei loro appartenenti.
Troppo spesso il moderno Cavaliere aderisce a tali sodalizi con l’intento di entrare a far parte di un gruppo esclusivo ed elitario, di sedersi alle prime panche delle Cattedrali durante i Pontificali e le Liturgie Solenni, di essere il più possibile visibile durante le Processioni, di entrare in una più stretta conoscenza con qualche Alto Prelato, di riempire la parete del proprio ufficio di foto con il mantello addosso, con brevi di nomina e diplomi incorniciati, di appuntarsi sullo smoking o sulla divisa una serie più o meno nutrita di tintinnanti medaglie, nonché - cosa possibile solo in alcuni casi - di ottenere titoli preferenziali per il proprio avanzamento di carriera.
Non è necessario possedere alcun sovrumano acume per rendersi conto che la Cavalleria non è assolutamente questo.
Il problema non sorge però da parte di quelle persone che si avvicinano all’Ordine Cavalleresco con gli intenti sopra descritti.
Agli Aspiranti, infatti, poiché ancora al di fuori del sodalizio, non può che essere doverosamente riconosciuta l’attenuante dell’ignoranza e del fraintendimento.
Il periodo di Aspirantato, necessario e precedente ad ogni Investitura, serve non solo all’Ordine Cavalleresco a conoscere il postulante, ma anche a questi per conoscere l’Ordine Cavalleresco e per valutare, tramite un prolungato e reiterato esame di coscienza, se le proprie intenzioni di accesso e permanenza nel sodalizio siano realmente valide e motivate.
Se l’unica causa del problema avesse residenza nel cuore degli Aspiranti, sarebbe tutto risolto in partenza: l’Aspirantato opererebbe infatti, in tal caso, una sorta di “selezione naturale” che andrebbe filtrando coloro i cui intenti di ingresso andrebbero rilevandosi più vicini agli Ideali dell’Ordine rispetto a tutto il resto.
Si badi bene che in tale sede non si sta invocando come ben auspicabile un mero annullamento del proprio libero arbitrio in favore di un’uniforme massificazione.
L’Aspirante non è costretto da soverchianti necessità ad essere tale, ma inizia e conduce il proprio cammino per pura scelta.
Anche nel caso di sua cooptazione da parte di un particolare Ordine Cavalleresco, la sua capacità di discernimento può sempre affermarsi in un rifiuto, nel caso in cui dovesse scoprire che la realtà del sodalizio non corrisponde a ciò ch’egli aveva precedentemente immaginato.
L’Aspirante ha ben pochi vincoli rispetto a chi ha già ricevuto l’investitura da Cavaliere, e la sua scelta - pertanto - è ancora più sovrana. Egli non deve decidere di uscire dal sodalizio, poiché ne è ancora all’esterno.
Troppo spesso, infatti, il problema trova sua genesi in coloro che già appartengono al sodalizio e, cosa ancor più grave, in coloro che ne rappresentano i vertici, almeno in ambito locale. I responsabili nazionali (o addirittura, se presenti, internazionali) dell’Ordine Cavalleresco, avendo soltanto sporadici contatti con la base - per necessità di impegni, specificità dei propri compiti e come naturale conseguenza della piramidalità della struttura - non possono essere ritenuti una diretta causa delle condotte di coloro che vivono, nell’Ordine stesso, una quotidiana realtà associativa in un ambito territorialmente più ristretto.
Un responsabile locale non è e non deve essere una sorte di feudatario - nella più deteriore accezione del termine - che premia i propri più fidati (e compiacenti!) vassalli con particolari incarichi ed avanzamenti di grado, senza preventivamente valutarne “sul campo” le capacità e le competenze, avendo in mente, come principale - per non dire unica! - finalità, il rafforzamento della propria posizione nell’Ordine.
Una tale - nonché poco cavalleresca - preoccupazione viene spesso tenuta in elevata considerazione durante, ad esempio, la fase di valutazione degli aspiranti, che vengono di conseguenza sottoposti ad arbitrari giudizi legati a personali contingenze che, soventemente, fanno sì che la loro richiesta di adesione venga addirittura rifiutata.
I criteri personali di valutazione non dovrebbero mai offuscare, in modo talmente palese, quanto invece prevedono gli statuti che regolano i punti salienti dell’Ordine Cavalleresco (e la presa in considerazione di nuovi aspiranti è uno di questi).
Alle regole “canoniche” ed ufficiali vengono, invece, de facto aggiunti dei criteri empirici legati all’età (a quanto pare, per gli aspiranti la probabilità di essere ammessi nell’Ordine è direttamente proporzionale a quanto sono anziani), alla partecipazione politica più o meno attiva, al titolo di studio (il cui ordine è soggetto ad una variabilità spaventosa, dove la Laurea sempre più spesso è invocata, per poi ritrovare col mantello addosso moltitudini di geometri e ragionieri, senza intento alcuno di offendere le loro categorie) ed al grado raggiunto in ambito militare.
Ciò conduce ad un evidente paradosso: l’ingresso di un Aspirante in un dato Ordine non è oggettivamente regolamentato a livello globale, ma viene a differenziarsi regione per regione, provincia per provincia e, talvolta, addirittura comune per comune.
La frammentazione dell’Ideale? Assolutamente no, grazie a Dio! Soltanto l’individualità cerebrale del responsabile locale.
Ovviamente, i primi a ricevere offerte di ingresso in un dato Ordine sono “coloro che contano” nel locale contesto sociale, categoria che, davvero troppo spesso, risulta essere perfettamente congruente con “coloro che potrebbero rivelarsi utili”.
Ma non di certo all’Ordine, ma a chi già ne fa parte, in particolare a colui che ne propone l’ingresso. Un tale atteggiamento andrebbe a giustificare la maggiore probabilità di ingresso che hanno le persone di una certa età, il cui posto nella società - ed il proprio conto in banca! - risulta maggiormente delineato e stabile rispetto ad un elemento più giovane (soprattutto da quando il precariato è divenuto regola).
E questo sistematicamente accade dimenticando che un giovane possiede - com’è naturale - maggiore entusiasmo e volontà di realizzare, al punto di vivere l’esperienza cavalleresca più come un cammino attivo che come un premio finale per la propria carriera.
Lo status di Cavaliere è innanzi tutto una qualità individuale ed interiore, siglato non da diplomi di nomina e rilucenti decorazioni ma da una personale disposizione d’animo mantenuta costantemente attiva da una determinata volontà.
Non ha bisogno di adesioni a gruppi o associazioni se non per spirito di corpo e per concretizzare progetti comuni che individualmente sarebbero impossibili, poiché ben al di là delle proprie forze.
La Cavalleria non può essere soggetta a lauree (visto, tra l’altro, l’enorme facilità con cui esse si riescono a conseguire oggi rispetto agli anni trascorsi, attraverso il sistema del 3+2, la semplificazione dei crediti e via discorrendo) né ad una determinata posizione nella gerarchia militare (come se un Colonnello avesse, in virtù esclusivamente del suo grado, maggiori diritti e dignità per divenire Cavaliere rispetto ad un Maresciallo!).
L’unico vincolo sociale consentito dovrebbe essere l’appartenenza alla Nobiltà, giustificabile però esclusivamente negli sporadici casi motivati da particolari regole che la indicano come conditio sine qua non necessaria all’ingresso in determinate categorie all’interno di un dato Ordine (come, ad esempio, nelle classi di “Giustizia” e “Jure Sanguinis” del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio o di “Onore e Devozione” e “Grazia e Devozione” nel Sovrano Militare Ordine di Malta) in qualità dell’antico retaggio nobiliare associato alla Cavalleria in epoca medioevale (e da molti considerato, al giorno d’oggi, anacronistico).
Naturalmente, in un tale panorama alquanto desolante, trovano “ragione” di diffondersi e svilupparsi fasulli Ordini Cavallereschi fatti in casa, non riconosciuti né riconoscibili da qualsiasi Istituzione civile o religiosa, facenti capo a non meglio precisate famiglie che spesso ostentano eventuali ed approssimative omonimie al fine di spacciare per veritieri titoli nobiliari assolutamente inesistenti, ostentati al solo scopo di sentirsi “importanti” e - perché no! - di spillare soldi ad ingenui malcapitati tramite sostanziose quote di ingresso.
L’Ideale Cavalleresco è troppo puro ed elevato per essere contaminato da gretti individualismi e mere ambizioni a scalate sociali.
E davvero gli Ordini Cavallereschi ne sono, a dispetto dei secoli trascorsi, gli imperituri baluardi.
Affinché ciò davvero accada occorre che non solo chi chiede di entrare in tali sodalizi ma anche chi già ne fa parte deve bene avere in mente che ancora prima dell’Onore è necessario accettare l’Onere di essere Cavaliere: impegno morale, determinazione, umiltà, volontà e disponibilità sono solo alcuni degli aspetti che dovrà far propri nella sua esistenza, poiché tali comportamenti altro non sono che riflessi dei più elevati ideali di Giustizia, Libertà e Verità.
Il Cavaliere è un canale diretto con gli Archetipi: un Ostensorio nella contingente e frettolosa quotidianità, non di certo un Ostentatore durante le sporadiche occasioni delle serate di gala o delle Liturgie Solenni.
Egli non è un semplice manichino su cui appuntare medaglie ed al quale fare indossare mantelli.
Egli è un custode di quel fuoco interiore che spinge l’animo umano all’azione retta, che non ha bisogno di biglietti da visita per essere visto come esempio da seguire, poiché il proprio comportamento è la sua migliore qualifica. Altrimenti si rischia soltanto di essere, come afferma San Matteo nel suo Vangelo al versetto 27 del capitolo 23, dei “sepolcri imbiancati, i quali di fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine”.